Attività fisica e salute mentale

L’equilibrio psichico di ogni individuo si appoggia su un triplice versante di natura bio- psico- sociale (Gillièron, 1995): l’attività fisica può riguardare più o meno direttamente sia il fronte biologico- somatico sia i versanti psico-sociali.

L’attività fisica può essere interpretata in relazione alla salute mentale come:

  • modalità di trattamento di disturbi mentali;
  • attività di prevenzione;
  • modalità per migliorare il benessere di coloro che presentano una sofferenza psichica;
  • modalità per migliorare il benessere mentale, oltreché fisico, dell’intera popolazione (Fox, 1999).

Una review di Penedo e Dahn (2005) ha analizzato contributi scientifici eterogenei con l’obiettivo di indagare la relazione tra mobilità e salute psicofisica, concludendo che sono sempre più numerose le evidenze che supportano l’importanza della mobilità attiva su outcome sia fisici sia psicologici. Tra questi è possibile includere un miglioramento degli stati d’umore e qualità della vita.

Attività motoria e salute mentale: la depressione

Mutrie (1999) ha evidenziato che l’attività motoria è associata a un minore rischio di sviluppare depressione clinica. Studi epidemiologici dimostrano che uno stile di vita sedentario è associato a depressione, con una correlazione più forte nelle donne e in adulti con età superiore ai 40 anni (Buckworth, Dishman, 2002). Trend simili sarebbero riscontrabili anche in adolescenti (Sund et al., 2004). Associazioni analoghe sono ravvisabili con i disturbi d’ansia (Goodwin, 2003).

I fattori che, in modo dinamico, possono mediare o sottostare all’associazione tra attività fisica e alcuni disturbi mentali sono di diversa natura e comprendono aspetti evolutivi, neurobiologici e psicologici (Cotman and Berchtold 2002; Cohen and Rodriguez 1995).

In adolescenza

L’incremento di attività motoria durante il tempo libero negli adolescenti si associa significativamente a un decremento dei sintomi depressivi, misurati lungo un intervallo temporale di 2 anni (Penedo, Dahn, 2005).

In età adulta

Otha et al. (2007) hanno indagato l’associazione tra attività fisica e, separatamente, tempo libero e spostamenti casa-lavoro. Gli autori dello studio hanno riscontrato effetti benefici soprattutto negli uomini che effettuavano spostamenti attivi nel tragitto casa-lavoro di durata pari o superiore a 30 minuti, in bici o a piedi.
Tali benefici dell’attività fisica sono risultati significativi rispetto allo stato di salute mentale dei partecipanti allo studio [1]. La mobilità attiva di “dà energia” e produce stati d’animo e d’umore positivi: ciò è ampliamente supportato.

Attività fisica e benessere

Stephens (1988) riporta alcune evidenze epidemiologiche che mostrano una chiara associazione tra attività fisica e indici di benessere soggettivo. Biddle (2000) sottolinea un effetto positivo sull’umore di esercizi fisici di moderata intensità.
Ekkekakis e collaboratori (2000) hanno evidenziato che brevi camminate all’aperto, svolte in gruppo e integrate nella routine quotidiana dei partecipanti si associano a una maggiore attivazione delle risposte affettive con valenza positiva.

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Note

[1] Valutato mediante il questionario self report General Health Questionnaire (GHQ) (Goldberg, Blackwell, 1970), impiegato come strumento di screening nella rilevazione di disturbi psicopatologici.

Bibliografia

Biddle S.J.H. (2000). Emotion, mood and physical activity. In: Biddle SJH, Fox KR, Boutcher SH (eds). Physical activity and psychological well-being. London: Routledge.

Buckworth J., Dishman R. K. (2002). Exercise psychology. Champaign, IL: Human Kinetics.

Cohen S, Rodriguez R (1995) Pathways linking affective disturbances and physical disorders. Health Psychol 15:374–380

Cotman CW, Berchtold NC (2002) Exercise: a behavioral intervention to enhance brain health and plasticity. Trends Neurosci 25(6):295–301

Ekkekakis P., Hall E. E., et al. (2000). Walking in (Affective) Circles: Can Short Walks Enhance Affect? Journal of Behavioral Medicine, Vol. 23, No. 3.

Fox K.R. (1999). The influence of physical activity on mental well-being. Public Health Nutrition: 2(3a), 411–418 411

Gillièron E. (1995). Il primo colloquio in psicoterapia. Ed. Borla.

Goodwin R. D. (2003). Association between physical activity and mental disorders among adults in the United States. J Prev Med; 36: 698- 703.

Mutrie N. (2000). The relationship between physical activity and clinically defined depression. In: Biddle SJH, Fox KR, Boutcher SH (eds) Physical activity and psychological well-being. London: Routledge

Otha M., Mizoue T., et al (2007). Effect of the Pshysical Activities in Leisure Time and Commuting to Work on Mental Healt. J Occup Health; 49: 46- 52.

Penedo F.J., Dahn J.R. (2005). Exercise and well-being: a review of mental and physical health benefits associated with physical activity. Curr Opin Psychiatry. Mar;18(2):189-93.

Stephens T. (1988). Physical activity and mental health in the United States and Canada: evidence from four population surveys. Prev Med, Jan;17(1):35-47. Sund A. M., Larsson B., et al. (2004). Does physical activity protect against depressive symptoms in early adolescence? In: Sund AM, editor. Development of depressive symptoms in early adolescence. The youth and mental health study. Trondheim: NTNU.

Attività fisica e funzioni cognitive

Si sa che la mancanza di mobilità attiva può associarsi ad alterazioni del benessere psicologico. Vediamo che rapporti possono esserci tra l’attività fisica e le funzioni cognitive.

Attività fisica e funzioni esecutive

Indagando questo rapporto, la letteratura scientifica ha evidenziato che l’esercizio fisico influisce positivamente sulle funzioni esecutive [1] (Davis et al., 2011). Con tale termine vengono indicate l’insieme delle funzioni corticali superiori. Si caratterizzano per essere implicate nel controllo e nella pianificazione di un comportamento. Tra le funzioni cognitive rientrano: attenzione, controllo degli impulsi, autoregolazione, memoria di lavoro, flessibilità cognitiva, pianificazione e problem solving.
Presi assieme tutti questi domini cognitivi costituiscono degli elementi importanti per la regolazione del comportamento [2] e risultano essere implicati anche nel rendimento scolastico (Blair, 2002; Eigsti et al., 2006).

Uno studio, in particolare, ha analizzato l’effetto di 3 mesi di regolare allenamento aerobico sulle funzioni esecutive in un campione di bambini in sovrappeso e con stile di vita sedentario. I ricercatori hanno riscontrato un miglioramento delle funzioni esecutive e del rendimento scolastico in ambito matematico. Inoltre, hanno rilevato un incremento dell’attività cerebrale in corrispondenza della corteccia prefrontale e una riduzione a livello parietale a seguito della regolare attività fisica (Davis et al., 2011).

L’area prefrontale, infatti, sembrerebbe essere elicitata sia dalle performance matematiche, sia dalla lettura. Studi condotti su anziani hanno riscontrato connessioni tra attività fisica e specifiche aree topografiche cerebrali nell’invecchiamento (Colcombe et al., 2004; Colcombe et al., 2006; Marks et al., 2007).

Meta-analisi hanno evidenziato una relazione positiva tra attività fisica e performance cognitive lungo tutto il ciclo di vita (Etnier et al., 1997) e, in misura maggiore, in bambini e ragazzi di età compresa tra 4 e 18 anni (Sibley, Etnier, 2003). In questo secondo caso sono state indagate 8 dimensioni cognitive [3] che evidenziavano punteggi migliori a seguito del training fisico.

L’effetto delle sostanze inquinanti sulle funzioni cognitive

Alvarez-Pedrerol et al. (2017) hanno indagato invece gli effetti dell’inquinamento atmosferico sullo sviluppo cognitivo di 1.234 bambini di età compresa tra 7 e 10 anni, provenienti dalla città di Barcellona. I piccoli partecipanti alla ricerca erano soliti effettuare uno spostamento quotidiano da casa a scuola e viceversa a piedi.
Lo studio ha rilevato un’associazione significativa, inversamente proporzionale, tra i livelli di pm2.5 e Carbon Black (nerofumo) e punteggi alla memoria di lavoro. In pratica, a più alti livelli delle sostanze inquinanti corrispondevano punteggi inferiori ottenuti al compito cognitivo.

Nel corso di 1 anno, è stato evidenziato un decremento della memoria di lavoro rispettivamente del 4.6% e 3.9% per le due sostanze inquinanti. Non significativa ma comunque forte era  l’associazione direttamente proporzionale tra questi inquinanti e punteggi indicanti disattenzione nei bambini. Gli autori sottolineano l’importanza cruciale di una riduzione, se non addirittura di una chiusura, del traffico automobilistico nei pressi delle scuole. Ciò al fine di tutelare bambini e ragazzi dai possibili danni psicologici oltreché fisici dell’inquinamento.

Note

[1] Con tale termine si tende a indicare l’insieme delle funzioni corticali superiori atte al controllo e alla pianificazione del comportamento.

[2] Come, ad esempio, inibire un comportamento inappropriato, posticipare la gratificazione.

[3] Tra cui, ad esempio, capacità percettive, quoziente intellettivo, punteggi a test verbali e matematici (Sibley, Etnier, 2003).

Bibliografia

Alvarez-Pedrerol M., Rivas I., et al. (2017). Impact of commuting exposure to traffic-related air pollution on cognitive development in children walking to school. Environ Pollut. 2017 Dec;231(Pt 1):837-844. doi: 10.1016/j.envpol.2017.08.075.

Blair C. (2002). School readiness. Integrating cognition and emotion in a neurobiological conceptualization of children’s functioning at school entry. American Psychologist , 57:111–127. [PubMed: 11899554]

Colcombe, S. J. et al. (2006). Aerobic exercise training increases brain volume in aging humans. J. Gerontol. A Biol. Sci. Med. Sci. 61, 1166–1170.

Colcombe, S. J. et al. Cardiovascular fitness, cortical plasticity, and aging. Proc. Natl Acad. Sci. USA 101, 3316–3321 (2004)

Davis C.L.,  Tomporowski P. D.,  et al. (2011). Exercise Improves Executive Function and Achievement and Alters Brain Activation in Overweight Children: A Randomized Controlled Trial. Health Psychol, Jan; 30(1): 91–98. doi:  10.1037/a0021766

Eigsti IM, Zayas V, et al. (2006). Predicting cognitive control from preschool to late adolescence and young adulthood. Psychological Science;17:478–484. [PubMed: 16771797]

Etnier, J. L. et al. (1997). The influence of physical fitness and exercise upon cognitive functioning: a meta-analysis. J. Sport Exerc. Psychol. 19, 249–274 

Marks, B. L. et al. (2007). Role of aerobic fitness and aging in cerebral white matter integrity. Ann. NY Acad. Sci. 1097, 171–174

Sibley, B. A. & Etnier, J. L. (2003). The relationship between physical activity and cognition in children: a metaanalysis. Ped. Exerc. Sci. 15, 243–256.

MCI: tra invecchiamento e demenza

Cosa si intende con Mild Cognitive Impairment?

Il termine Mild Cognitive Impairment (MCI) viene utilizzato per indicare uno stato di transizione tra i cambiamenti cognitivi normalmente osservati con il fisiologico processo di invecchiamento e un primo stadio di demenza  (Petersen  et  al.,  2003). 
Il  concetto  di  Mild Cognitive Impariment, traducibile in italiano come Deterioramento Cognitivo Lieve, si  è  evoluto  considerevolmente ed è stato oggetto di attenzione da parte degli studiosi nel  corso  degli  anni  (Petersen, Negash, 2008).

Il termine è stato introdotto verso la fine degli anni ‘80 dal gruppo di Reisberg e collaboratori (Reisberg et al., 1988), per descrivere individui che si collocavano in uno  stadio intermedio di deterioramento cognitivo, tra invecchiamento fisiologico e Malattia di Alzheimer, valutato con la Global Deterioration Scale.
Morris et al. (1993) hanno utilizzato questo termine per descrivere individui che presentavano un livello pari a 0.5 al Clinical Dementia Rating Scale (Morris, 1993; Morris et al., 2001).
Il primo esteso studio che si è soffermato su questa condizione risale invece al 1999 (Petersen et al., 1999) e aveva l’obiettivo  di proporre i criteri  clinici di MCI.

Come sono stati formulati i criteri diagnostici di MCI?

Le diagnosi di demenza e di Malattia di Alzheimer  erano state formulate, rispettivamente, sulla base dei  criteri  del  Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali che all’epoca era alla sua III versione TR (DSM-III  TR; American  Psychiatric  Association,  1987)  e  del  National Institute of Neurological and Communicative Disorders and Stroke and the Alzheimer’s Disease and Related Disorders Association (NINCDS-ADRDRA; McKhann et al., 1984). Per la condizione di MCI furono proposti dei criteri che includevano la presenza di disturbi  della  memoria  soggettivi,  preferibilmente  riferiti  dal  paziente  e  da  una  persona  a  lui prossima (caregiver) e obiettivi deficit di memoria per l’età. Altri criteri erano la presenza di una preservata autonomia nelle attività della vita quotidiana e preservato funzionamento cognitivo generale, perché era richiesta anche l’assenza di demenza (Petersen et al., 1999).

L’importanza della valutazione congiunta

Questi riprendevano un set  di criteri già proposto nel 1997, sempre da Petersen e collaboratori (Petersen  et  al.,  1997) e introducevano   l’importanza  di  una  valutazione  congiunta:  clinica,  rilevata  attraverso  la  storia  anamnestica  del  paziente  ma anche obiettiva,  corredata  da  un  assessment  neuropsicologico.  Successivamente,  nel  2003  si  tenne  a  Stoccolma  il  primo  Key  Symposium sulla condizione  MCI perchè si integrassero le  prospettive  cliniche  ed  epidemiologiche, nonché  i  contributi  multidisciplinari  di  un  gruppo  di  lavoro  internazionale  (Winblad et al., 2004). Tale lavoro portò alla pubblicazione dei criteri internazionali di MCI e all’ampliamento di questo costrutto che si era reso necessario di fronte all’eterogeneità clinica che lo caratterizzava. Infatti, dagli studi longitudinali emergeva che non tutti i pazienti convertivano in uno stato  dementigeno  e,  in  presenza  di  conversione,  non  tutti  convertivano  verso una  Malattia di Alzheimer  (Petersen  et  al., 2001; Petersen,  2003).  Per  questo  motivo  si  sottolineò  l’importanza  di  considerare  la  diversa  presentazione clinica perché cruciale per poter differenziare la possibile eziologia sottostante. 

MCI: tra invecchiamento e demenza. Quali caratteristiche?

Le raccomandazioni conclusive del gruppo di lavoro delinearono pertanto i criteri generali per la  condizione  di  MCI che a metà strada tra una condizione di fisiologico invecchiamento e una di demenza, includevano:

 –  assenza  di  demenza;

–  mantenimento  delle attività quotidiane;

– presenza di declino cognitivo soggettivo, cioè riportato dal paziente e/o da un caregiver  e obiettivo,  valutato  mediante  task  cognitivo  e/o 

– evidenza  del  peggioramento  di prestazioni ai test neuropsicologici (Winblad et al., 2004).

Per maggiori informazioni sulla Malattia di Alzheimer, è possibile consultare il sito del National Institute on Aging.

Bibliografia consultata:

  • Morris  J.C.  The  Clinical  Dementia  Rating  (CDR):  current  version  and  scoring  rules.  Neurology. 1993; 43 (11): 2412- 4. 
  • Morris  J.C.,  Storandt  M.,  et  al.  Mild  cognitive  impairment  represents  early-stage Alzheimer disease. Arch Neurol. 2001; 58: 397- 405.
  • Petersen  R.C.  Conceptual  overview.  In  Petersen  R.C.  Ed.  Mild  Cognitive  Impairment:  Agin  to  Alzheimer‘s disease. New York NY: Oxford University Press, Inc. 2003; 1- 14.
  • Petersen R.C. Negash S. Mild cognitive impairment: an overview. CNS Spectr. 2008; 13 (1): 45- 53.
  • Petersen R.C., Smith G.E., et al. Aging, memory, and mild cognitive impairment. Int Psychogeriatr. 1997; 9 Suppl 1: 65- 9.
  • Petersen  R.C.,  Smith  G.E.,  et al.  Mild  cognitive impairment: Clinical characterization and outcome. Arch Neurol. 1999; 56: 303– 08.
  • Reisberg  B.,  Ferris  S.,  deLeon  M.J.,  Crook  T.  The  Global  Deterioration  Scale  for  assessment  of primary degenerative dementia. Am J Psychiatry. 1982; 130: 1136- 1139.
  • Winblad B., Palmer K., et al. Mild cognitive impairment–beyond controversies, towards a consensus: report of the International Working Group on Mild Cognitive Impairment. J Intern Med. 2004; 256 (3): 240- 6.

Igiene del sonno: regole d’oro per dormire bene

Nei casi in cui le difficoltà di sonno riguardano sia l’addormentamento che il mantenimento, può essere raccomandata un’educazione all’Igiene del sonno riguardante le regole d’oro per dormire bene. Con questo termine si intende indicare una serie di comportamenti che se adeguatamente seguiti possono influenzare la qualità e la quantità di sonno notturno; in particolare sembrerebbe avere effetti positivi in termini di un incremento del Tempo Totale di Sonno.

Si tratta di un intervento psicoeducativo, cioè una metodologia in cui vengono fornite informazioni utili a prevenire un disturbo o a sostenerne la cura; nello specifico, vengono prescritti dei comportamenti per correggere abitudini che potrebbero risultare controproducenti e dannose per il nostro sonno. La finalità è dunque quella di promuovere conoscenze e consapevolezza sul sonno, migliorando l’aderenza al trattamento contro l’insonnia.

Le norme per una corretta Igiene del sonno consistono in alcuni comportamenti virtuosi per il nostro sonno, poiché sono in grado di migliorarlo a livello fisiologico. E’ piuttosto semplice poter rispettare tali norme che generalmente riguardano la gestione di alcuni aspetti della quotidianità. Al tempo stesso però, può esservi scetticismo in merito alla loro reale efficacia. Ciò potrebbe derivare dal fatto che possiamo banalizzare e minimizzare alcuni comportamenti e abitudini.

 Al contrario, la letteratura scientifica documenta il fatto che una mancata osservazione di tali regole rappresenta un fattore in grado di cronicizzare se non addirittura peggiorare l’insonnia, indipendentemente dalla sua eziologia.

In particolar modo risulta importante poter capire come le regole per l’igiene del sonno influisca a livello della psicofisiologia del sonno.

Le norme per l’igiene del sonno possono essere raggruppate e distinte in:
ambientali: riguardanti cioè gli spazi in cui si dorme e le loro caratteristiche in termini di luminosità, presenza di rumori. Sono in grado di interferire negativamente con il nostro sonno quando non osservate in quanto possono rappresentare degli stimoli che attivano i sistemi della veglia.

comportamentali: includono una serie di comportamenti che possono contribuire o contrastare l’ “orologio interno” che regola il ciclo sonno- veglia.

dietetiche: consistono nel gestire consapevolmente specifici cibi e bevande che possono facilitare o meno il sistema della veglia.

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Insonnia: quando dormire diventa un problema

L’insonnia è il disturbo del sonno riscontrato più frequentemente; un problema diffuso, che può riguardare tutte le fasce di età. Viene definita come la difficoltà di inizio o mantenimento del sonno o da un sonno non ristoratore, accompagnata da una qualche forma di compromissione diurna come stanchezza e sonnolenza. Considerando congiuntamente i sintomi diurni e quelli notturni, circa il 10% della popolazione generale italiana soffre di insonnia (Cirignotta, 2019).

Le complicanze del disturbo sono molteplici, e le ripercussioni possono essere di natura psicosociale, lavorativa, economica e, ovviamente, relativa allo stato di salute.

Infatti, chi soffre di insonnia può presentare comorbidità con altri disturbi quali depressione, ansia e malattie cardiovascolari. A livello socio-economico, invece, il disturbo presenta dei costi indiretti derivati da assenteismo, minore rendimento sul lavoro ecc. Un’altra grave ripercussione è rappresentata dagli indicenti stradali.

E’ stato dimostrato che chi soffre di insonnia rischia di sviluppare depressione, rappresentando, di fatto, un possibile fattore predittivo (Riemann, 2009; Baglioni et al., 2010). Inoltre, le persone affette da depressione maggiore presentano, tra la sintomatologia depressiva, anche sintomi riguardanti l’insonnia (Riemann, Voderholzer, 2003; Tsuno et al., 2005).

Individui ansiosi o che riferiscono preoccupazioni possono impiegare più tempo per addormentarsi e presentare un sonno più leggero caratterizzato da un lato per una minore percentuale di sonno a onde lente (il sonno più “profondo”) e, dall’altro, per la presenza di più frequenti transizioni verso il sonno più “leggero”, rispetto al gruppo di controllo che non presenta sintomatologia  ansiosa (Fuller et al., 1997).

Secondo le evidenze scientifiche, chi soffre di Disturbo d’Ansia Generalizzato presenta più frequentemente un’insonnia da mantenimento del sonno piuttosto che una difficoltà nell’addormentamento (Monti, Monti, 2000).

Recenti studi hanno evidenziato inoltre l’associazione tra insonnia e malattie cardiovascolari: gli insonni sembrerebbero mostrare ipertensione ed elevato battito cardiaco a riposo, fattori di rischio per i disturbi  dell’apparato cardiovascolare (Spiegelhalder et al., 2010).

Per tutte le ragioni esposte, è particolarmente importante intervenire sull’insonnia prima che il disturbo si cronicizzi, così come effettuare appositi interventi preventivi.

Lundh and Broman (2000) hanno proposto un modello teorico che considera due processi potenzialmente implicati nell’insonnia: uno processo sleep-interfering, che interferisce con il sonno e uno  sleep-interpreting processes, cioè di interpretazione del sonno.

Nel primo caso rientrano alcune condizioni di arousal ed eccitabilità, situazioni in cui vi è un lento recupero a seguito di una eventi stressanti o in cui sono presenti conflitti e/o preoccupazioni emotive tra il soggetto e altre persone per lui significative. Queste condizioni possono incidere e determinare una difficoltà di sonno.

Rientrano nella seconda categoria di processi, invece, quella serie di credenze e atteggiamenti legati al sonno, talvolta accompagnati da standard perfezionistici (Lundh, Broman, 2000) (“Se non dormo almeno otto ore, domani sarò uno straccio”) o in cui è presente un’errata percezione del proprio sonno (“Questa notte non ho dormito per nulla”).

Trattamento psicologico ha dimostrato efficacia per gli adulti di tutte le età, inclusi gli over 65, sia in casi di insonnia primaria sia in condizioni di insonnia con comorbidità psichiatrica o medica (Schutte-Rodin et al., 2008).

Una meta-analisi condotta da Morin e colleghi (1999) ha evidenziato che una percentuale compresa tra il 70% e l’ 80% dei pazienti beneficia del trattamento non farmacologico, il 50% raggiunge risultati clinicamente significativi e circa un terzo diventa un buon dormitore.

Il trattamento più frequentemente utilizzato è quello cognitivo comportamentale e può essere effettuato sia individualmente sia in gruppo. Sebbene non sia stato effettuato un confronto diretto tra queste due modalità di trattamento, l’evidenza tratta da una meta-analisi sembrerebbe suggerisce una modesta superiorità della terapia individuale rispetto a quella di gruppo (Morin  et al., 1994). Le principali tecniche utilizzate nel trattare i disturbi del sonno e l’insonnia sono: il controllo degli stimoli, la restrizione del sonno, l’igiene del sonno e, infine, le tecniche di rilassamento.


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Bibliografia

  • Baglioni, C., Lombardo, C., Bux, E., Hansen, S., Salveta, C., Biello, S., Violani, C., Espie, C.A. 2010. Psychophysiological reactivity to sleep-related emotional stimuli in primary insomnia. Behav. Res. Ther. 48(6), 467–475.
  • Cirignotta, Fabio (2019). Epidemiologia dell’insonnia.
  • Fuller, K. H., Waters, W. F., Binks, P. G., & Anderson, T. 1997. Generalized anxiety and sleep architecture: a polysomnographic investigation. Sleep, 20(5), 370-376.
  • Lundh, L. G., & Broman, J. E. 2000. Insomnia as an interaction between sleep-interfering and sleep-interpreting processes. Journal of psychosomatic research, 49(5), 299-310.
  • Monti, J. M., & Monti, D. 2000. Sleep disturbance in generalized anxiety disorder and its treatment. Sleep medicine reviews, 4(3), 263-276.
  • Morin CM, Culbert JP, Schwartz MS. 1994. Non pharmacological interventions for insomnia: A meta-analysis of treatment efficacy. Am J Psychiatry; 151: 1172- 1180.
  • Morin, C. M., Hauri, P. J., Espie, C. A., Spielman, A. J., Buysse, D. J., & Bootzin, R. R. 1999. Nonpharmacologic treatment of chronic insomnia. Sleep, 22(8), 1134-1156.
  • Riemann, D. 2009. Does effective management of sleep disorders reduce depressive symptoms and the risk of depression? Drugs 69 (Suppl 2), 43–64.
  • Riemann, D., Voderholzer, U. 2003. Primary Insomnia: a risk factor to develop depression? J. Affect. Disorders 76 (1–3), 255–259.
  • Schutte-Rodin, S., Broch, L., Buysse, D., Dorsey, C., & Sateia, M. 2008. Clinical guideline for the evaluation and management of chronic insomnia in adults. Journal of clinical sleep medicine, 4(05), 487- 504.
  • Tsuno, N., Besset, A., Ritchie, K. 2005. Sleep and depression. J. Clin. Psychiat. 66 (10), 1254–1269.

Training Autogeno e benessere

Il training autogeno è una metodologia che favorisce il rilassamento e promuove il benessere della persona. Ideata nei primi anni del 1900 dal neurologo e psichiatra tedesco J. H. Schultz, questa tecnica ha conosciuto da subito un largo utilizzo in ambito psicologico e psicoterapico.

Breve storia del Training Autogeno

Inizialmente Schultz si ispirò alla pratica ipnotica che aveva conosciuto 
grazie al suo maestro Oskar Vogt. A partire da questo contesto, ebbe modo di registrare le sensazioni riportate dai pazienti che si erano sottoposti all’ipnosi e che, in particolare, riguardavano “sensazioni di peso e calore, un ritmo respiratorio e cardiaco calmo, calore all’addome e fresco alla fronte” (Schultz, 1968). Ebbe dunque l’intuizione di riprendere e integrare tali vissuti sotto forma di formule verbali, quelle che sono andate poi a costituire i sei esercizi inferiori del Training Autogeno. Esercizi inferiori in quanto maggiormente orientati al rilassamento corporeo e fisiologico; si distinguono da quelli superiori che, invece, consentono di esplorare gli aspetti inconsci e più profondi della propria personalità. Nel 1928 venne adottata la specifica terminologia di “Training autogeno” e qualche anno dopo, nel 1932, Schultz pubblicò l’opera “Training autogeno – autodistensione concentrativa”.

 “[…] scopo del metodo è raggiungere particolari effetti per mezzo di precisi esercizi di concentrazione psichica”
(J.H. Schultz, 1968)

Come si apprende

Un periodo di allenamento iniziale svolto preferibilmente sotto la conduzione di un esperto permette di acquisire e praticare il training autogeno con padronanza e sicurezza. Questo grazie soprattutto alla
costante ripetizione degli esercizi e all’autogenicità che ne deriva. Sarà così possibile disporsi al rilassamento in maniera del tutto autonoma. Non a caso si chiama Training (= allenamento ripetuto) Autogeno (= che viene da sé)!

Gli effetti del Training Autogeno

Attraverso gli esercizi inferiori del Training Autogeno è possibile porre ascolto agli aspetti fisiologici che sono costitutivi della salute e del benessere psicofisico, ottenendo così una maggiore consapevolezza del proprio corpo e di funzioni vitali come, ad esempio, la respirazione.

Gli effetti specifici consistono nell’autoinduzione di uno stato di calma e rilassamento, recupero delle energie, potenziamento della propria condizione psicofisica, gestione del dolore, maggiore efficacia nella gestione degli stati ansiosi, introspezione e presa di coscienza di sé.

Stetter e Kupper (2002) hanno analizzato 60 studi sperimentali che indagavano gli effetti del training autogeno rispetto a diversi disturbi. In particolar modo, tale tecnica sembrerebbe giovare in situazioni di:

  • mal di testa ed emicrania
  • ipertensione
  • asma bronchiale
  • Sindrome di Raynaud
  • disturbi d’ansia
  • insonnia e disturbi del sonno
  • disturbo da sintomi somatici.

Cosa dicono gli studi scientifici a riguardo

Uno studio giapponese (Shinozaki et al., 2010) ha evidenziato che il Training Autogeno può potenziare il benessere e le condizioni psicofisiche per chi soffre di Sindrome dell’ intestino irritabile. Lo studio ha inoltre riscontrato in tali pazienti un incremento delle attività sociali e un decremento del dolore fisico, rispetto a coloro che non ne erano affetti.

Bowden e collaboratori (2012), hanno riscontrato infine che il training autogeno può migliorare il sonno e ridurre stati ansiosi e depressivi, i quali possono talvolta rinforzare una condizione di insonnia.

In conclusione, è utile ricordare che il training autogeno oltre a essere uno strumento per favorire attivamente il benessere, rappresenta un’utile misura preventiva, “un mezzo di prevenzione quasi imbattibile per la protezione dell’equilibrio psicologico” (Lindeman, 2003).

Per prenotare la tua sessione individuale di Training Autogeno, chiama ora! Oppure, scrivimi, sarà mia premura rispondere tempestivamente.

Bibliografia

  • Bowden A., Lorenc A., Robinson N. (2012). Autogenic Training as a behavioural approach to insomnia: a prospective cohort study. Primary Health Care ResDev. Apr; 13 (2): 175- 185. doi: 10.1017/S1463423611000181.
  • Lindemann H. (2003). Training autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento. Milano, Tecniche Nuove.
  • Schultz J.H. (1968) Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica. I. Esercizi inferiori. Quarta edizione, Milano,Feltrinelli
  • Shinozaki M., Kanazawa M., Kano M., Yuka E., Nakaya N.,Hongo M., Fukudo S. (2010). Effect of Autogenic Training on General Improvement in Patients with Irritable Bowel Syndrome: A Randomized Controlled Trial. Applied Psychophysiology Biofeedback. Vol. 35:189–198. doi:10.1007/s10484-009-9125-y
  • Stetter F., Kupper S. (2002). Autogenic training: A meta-analysis of clinical outcome studies. Applied psychophysiology and biofeedback. 27: 45- 98.

Ambiente in psicologia

Il concetto di ambiente dall’ecologia alla psicologia.

Il 5 giugno è la Giornata mondiale dell’ambiente… scopriamo insieme il concetto di ambiente in psicologia, secondo il modello bio-psico-sociale.

Il tema principale del 2018 è dedicato all’inquinamento derivato dalla plastica che rappresenta un pericolo per la salute di mari, oceani e, più in generale, degli ecosistemi acquatici del pianeta.

Il concetto di ambiente in psicologia  ricopre un ruolo chiave soprattutto nell’orientamento sistemico relazionale e in generale per il modello bio- psico- sociale (Engel, 1977).

Il concetto di ambiente permette di prendere in considerazione la dimensione globale in cui una determinata persona, coppia o famiglia vive e si relaziona. In questo modo sarà possibile contestualizzare la specifica situazione in cui è andato strutturandosi un sintomo o una condizione di malessere e di tensione, fornendo dunque una cornice di riferimento all’interno della quale sarà possibile attribuire significato. Come affermava G. Bateson (1976): “il contesto è la matrice dei significati”.

Al contrario, trascurare la nozione di sistema o di ambiente  in psicologia rappresenterebbe una significativa limitazione alla lettura delle dinamiche relazionali, a partire da quella familiare.

Ciò vale anche per lo stesso processo di crescita e maturazione psicofisica di un individuo. Secondo D. Winnicott (1970), ciò avverrebbe quando, nelle prime fasi dello sviluppo, ci si relaziona con un ambiente favorevole. Quando l’ambiente è sufficientemente buono il bambino avrà buone possibilità di adattarsi ed integrare funzioni complesse che lo porteranno a strutturare una progressiva indipendenza e a sviluppare una propria individualità.

L’equilibrio di un individuo si basa su tre dimensioni fondamentali: quella biologica, quella psichica e quella ambientale, sociale. Ricordiamoci di prenderci cura del nostro ambiente perché ciò, al tempo stesso, significa prenderci cura di noi.

Bibliografia

Engel G.L. (1977) The need for a new medical model. A challenge for
biomedicine. Science 196:129-136

Bateson G. (1976) Verso un’ecologia della mente. Adelphi, Milano.

Winnicott D. (1970) Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma.

Mobilità attiva e salute psicofisica


C’è un rapporto tra la mobilità attiva e la salute psicofisica?

Le più recenti revisioni della letteratura internazionale evidenziano l’importanza della mobilità attiva in ambito psicologico per la salute psicofisica dell’individuo lungo tutto il ciclo di vita. In particolar modo, la mancanza di attività fisica è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari, ictus, cancro al seno e cancro al colon, diabete di tipo II a cui va ad aggiungersi l’obesità. L’inattività è responsabile del 6% delle morti globali: 3.2 milioni per anno, di cui 670.000 morti premature. Per queste ragioni, occupa il quarto posto come fattore di rischio per la mortalità globale [1] (WHO, 2010).

Cosa evidenzia la letteratura?

In America, più di un terzo dei ragazzi di età compresa tra 9 e 15 anni vive a meno di un miglio di distanza dalla propria scuola. Tuttavia, solo il 47.5% di loro si reca a scuola a piedi o in bici almeno un giorno a settimana (Martin et al., 2007).

Se consideriamo gli spostamenti casa-scuola come la principale fonte di attività fisica nella quotidianità del bambino e della sua famiglia, soprattutto per quei bambini che non praticano sport nel tempo libero, ciò può destare preoccupazione. Infatti, è stato dimostrato che gli studenti che si recano a scuola a piedi e svolgono mobilità attiva hanno meno probabilità di essere in sovrappeso, come evidenziato da un punteggio inferiore di Indice di Massa Corporea (Ozdemir, Yilmaz, 2008; Rosenberg et al., 2006). Lo svolgimento di attività fisica durante l’infanzia e l’adolescenza assume un ruolo di primaria importanza anche nella prevenzione di quelle patologie la cui insorgenza si verifica successivamente, ad una età più avanzata, come ad esempio l’osteoporosi (Levine, 2012; Bailey et al., 1999; Bachrach, 2001; Heaney et al., 2000).

Mobilità attiva: i dati in Italia

Nonostante la percentuale di bambini italiani obesi e in sovrappeso abbia registrato un lieve calo nel 2016 rispetto agli anni precedenti, sono ancora 3 su 10 i bambini che presentano un peso eccessivo, tanto da porre l’Italia ai primi posti tra le nazioni europee con i valori più elevati per eccesso ponderale (OKkio alla salute, 2016). Il declino dell’attività fisica in Europa è stato illustrato nello studio di Riddoch et al. (2007): solo il 2.5% dei 5.595 bambini intervistati sembravano rientrare nei parametri previsti dalle linee guida per l’attività fisica previste per bambini e adolescenti. In Italia, il 6,9% dei bambini di età compresa tra i 5 e 10 anni e il 14,2% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni svolgono attività fisica come raccomandato dalle linee guida indicate dall’Oms (Istat, 2014).

E’ possibile ipotizzare che anche la crisi economica contribuisca ulteriormente al fenomeno della sedentarietà in quanto le famiglie, costrette a risparmiare, potrebbero “tagliare” le spese dedicate allo svolgimento di esercizio fisico [2]

L’attuale crisi può rappresentare un fattore socio-economico in grado di ostacolare l’attività motoria nei bambini, ponendoli in una situazione di rischio per la loro salute psicofisica.

Realtà ed esempi virtuosi: il Piedibus del Ben Essere

Su questi presupposti si basano interventi di comunità come il Piedibus del Ben Essere, messo in campo dal Dipartimento di Prevenzione della USLUmbria1 per contrastare le Malattie Croniche non Trasmissibili e la cui finalità consiste nella promozione della mobilità attiva in tutte le fasce di età per favorire la salute psicofisica dei cittadini.

Diventano pertanto indispensabili politiche sostenibili, tese alla promozione di attività motorie accessibili a tutta la popolazione e, potremmo quasi affermare, a costo zero. La possibilità di camminare lungo il tragitto casa-scuola diventa allora, più che mai, una risorsa a cui attingere per promuovere stili di vita salutari a livello psicofisico.

Per un approfondimento su Mobilità e aspetti cognitivi, clicca qui.

Vai al link se invece vuoi sapere di più su Mobilità e salute mentale

Consulta  il Focus ISPRA 2017 sulla Mobilità Pedonale in città

NOTE

[1] Pressione alta, consumo di tabacco ed elevato livello di glucosio nel sangue rappresentano invece i primi tre fattori di rischio per mortalità.

[2] In modo simile a quanto avviene per la riduzione di alimenti sani, notoriamente più costosi del “cibo spazzatura” (Costa et al., 2012).

Bibliografia

Bachrach L. K. (2001). Acquisition of optimal bone mass in childhood and adolescence. Trends Endocrinol Metab, Jan-Feb; 12(1):22-8.

Bailey DA, McKay HA, et al. (1999). A six-year longitudinal study of the relationship of physical activity to bone mineral accrual in growing children: The university of Saskatchewan Bone Mineral Accrual Study. J Bone Miner Res;14:1672–9.

Costa G., Marra M., Salmaso S., Gruppo AIE su crisi e salute. (2012). Gli indicatori di salute ai tempi della crisi in Italia. Epidemiologia & Prevenzione  36 (6): 337-366.

Heaney RP, Abrams S, et al. (2000). Peak bone mass. Osteoporos Int., 11:985–1009

Istat, Regione Piemonte. 2014. Tutela della salute e accesso alle cure. Comunicato stampa del convegno La salute in Italia: l’indagine Istat del 2013. Roma, Auditorium del Ministero della Salute, 10 luglio 2014.

Levine M. A.  (2012). Assessing bone health in children and adolescents. Indian J Endocrinol Metab. 2012 Dec; 16(Suppl 2): S205–S212. doi:  10.4103/2230-8210.104040

Martin, S. L., Lee, S. M., et al. (2007). National prevalence and correlates of walking and bicycling to school. American Journal of Preventive Medicine, 33(2), 98 e 105.

Ozdemir, A., & Yilmaz, O. (2008). Assessment of outdoor school environments and physical activity in Ankara’s primary schools. Journal of Environmental Psychology, 28(3), 287 e 300.

Riddoch C.J., Mattocks C., et al. (2007). Objective measurement of levels and patterns of physical activity Arch Dis Child. Nov; 92 (11): 963–969. doi:  10.1136/adc.2006.112136

Rosenberg, D. E., Sallis, J. F., et al. (2006). Active transportation to school over 2 years in relation to weight status and physical activity. Obesity, 14(10), 1771 e 1776.

Spinelli A, Nardone P,et al. (2016). OKkio alla Salute 2016: i dati nazionali 2016. Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute, Cnapps-Iss. Dati disponibili all’indirizzo: http://www.epicentro.iss.it/okkioallasalute/dati2016.asp

World Health Organization. 2010. Global Recommendations on Physical Activity for Health. Disponibile al sito del World Health Organization: http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/44399/1/9789241599979_eng.pdf?utm_source=blog&utm_campaign=r