Insonnia: quando dormire diventa un problema

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L’insonnia è il disturbo del sonno riscontrato più frequentemente; un problema diffuso, che può riguardare tutte le fasce di età. Viene definita come la difficoltà di inizio o mantenimento del sonno o da un sonno non ristoratore, accompagnata da una qualche forma di compromissione diurna come stanchezza e sonnolenza. Considerando congiuntamente i sintomi diurni e quelli notturni, circa il 10% della popolazione generale italiana soffre di insonnia (Cirignotta, 2019).

Le complicanze del disturbo sono molteplici, e le ripercussioni possono essere di natura psicosociale, lavorativa, economica e, ovviamente, relativa allo stato di salute.

Infatti, chi soffre di insonnia può presentare comorbidità con altri disturbi quali depressione, ansia e malattie cardiovascolari. A livello socio-economico, invece, il disturbo presenta dei costi indiretti derivati da assenteismo, minore rendimento sul lavoro ecc. Un’altra grave ripercussione è rappresentata dagli indicenti stradali.

E’ stato dimostrato che chi soffre di insonnia rischia di sviluppare depressione, rappresentando, di fatto, un possibile fattore predittivo (Riemann, 2009; Baglioni et al., 2010). Inoltre, le persone affette da depressione maggiore presentano, tra la sintomatologia depressiva, anche sintomi riguardanti l’insonnia (Riemann, Voderholzer, 2003; Tsuno et al., 2005).

Individui ansiosi o che riferiscono preoccupazioni possono impiegare più tempo per addormentarsi e presentare un sonno più leggero caratterizzato da un lato per una minore percentuale di sonno a onde lente (il sonno più “profondo”) e, dall’altro, per la presenza di più frequenti transizioni verso il sonno più “leggero”, rispetto al gruppo di controllo che non presenta sintomatologia  ansiosa (Fuller et al., 1997).

Secondo le evidenze scientifiche, chi soffre di Disturbo d’Ansia Generalizzato presenta più frequentemente un’insonnia da mantenimento del sonno piuttosto che una difficoltà nell’addormentamento (Monti, Monti, 2000).

Recenti studi hanno evidenziato inoltre l’associazione tra insonnia e malattie cardiovascolari: gli insonni sembrerebbero mostrare ipertensione ed elevato battito cardiaco a riposo, fattori di rischio per i disturbi  dell’apparato cardiovascolare (Spiegelhalder et al., 2010).

Per tutte le ragioni esposte, è particolarmente importante intervenire sull’insonnia prima che il disturbo si cronicizzi, così come effettuare appositi interventi preventivi.

Lundh and Broman (2000) hanno proposto un modello teorico che considera due processi potenzialmente implicati nell’insonnia: uno processo sleep-interfering, che interferisce con il sonno e uno  sleep-interpreting processes, cioè di interpretazione del sonno.

Nel primo caso rientrano alcune condizioni di arousal ed eccitabilità, situazioni in cui vi è un lento recupero a seguito di una eventi stressanti o in cui sono presenti conflitti e/o preoccupazioni emotive tra il soggetto e altre persone per lui significative. Queste condizioni possono incidere e determinare una difficoltà di sonno.

Rientrano nella seconda categoria di processi, invece, quella serie di credenze e atteggiamenti legati al sonno, talvolta accompagnati da standard perfezionistici (Lundh, Broman, 2000) (“Se non dormo almeno otto ore, domani sarò uno straccio”) o in cui è presente un’errata percezione del proprio sonno (“Questa notte non ho dormito per nulla”).

Trattamento psicologico ha dimostrato efficacia per gli adulti di tutte le età, inclusi gli over 65, sia in casi di insonnia primaria sia in condizioni di insonnia con comorbidità psichiatrica o medica (Schutte-Rodin et al., 2008).

Una meta-analisi condotta da Morin e colleghi (1999) ha evidenziato che una percentuale compresa tra il 70% e l’ 80% dei pazienti beneficia del trattamento non farmacologico, il 50% raggiunge risultati clinicamente significativi e circa un terzo diventa un buon dormitore.

Il trattamento più frequentemente utilizzato è quello cognitivo comportamentale e può essere effettuato sia individualmente sia in gruppo. Sebbene non sia stato effettuato un confronto diretto tra queste due modalità di trattamento, l’evidenza tratta da una meta-analisi sembrerebbe suggerisce una modesta superiorità della terapia individuale rispetto a quella di gruppo (Morin  et al., 1994). Le principali tecniche utilizzate nel trattare i disturbi del sonno e l’insonnia sono: il controllo degli stimoli, la restrizione del sonno, l’igiene del sonno e, infine, le tecniche di rilassamento.


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Bibliografia

  • Baglioni, C., Lombardo, C., Bux, E., Hansen, S., Salveta, C., Biello, S., Violani, C., Espie, C.A. 2010. Psychophysiological reactivity to sleep-related emotional stimuli in primary insomnia. Behav. Res. Ther. 48(6), 467–475.
  • Cirignotta, Fabio (2019). Epidemiologia dell’insonnia.
  • Fuller, K. H., Waters, W. F., Binks, P. G., & Anderson, T. 1997. Generalized anxiety and sleep architecture: a polysomnographic investigation. Sleep, 20(5), 370-376.
  • Lundh, L. G., & Broman, J. E. 2000. Insomnia as an interaction between sleep-interfering and sleep-interpreting processes. Journal of psychosomatic research, 49(5), 299-310.
  • Monti, J. M., & Monti, D. 2000. Sleep disturbance in generalized anxiety disorder and its treatment. Sleep medicine reviews, 4(3), 263-276.
  • Morin CM, Culbert JP, Schwartz MS. 1994. Non pharmacological interventions for insomnia: A meta-analysis of treatment efficacy. Am J Psychiatry; 151: 1172- 1180.
  • Morin, C. M., Hauri, P. J., Espie, C. A., Spielman, A. J., Buysse, D. J., & Bootzin, R. R. 1999. Nonpharmacologic treatment of chronic insomnia. Sleep, 22(8), 1134-1156.
  • Riemann, D. 2009. Does effective management of sleep disorders reduce depressive symptoms and the risk of depression? Drugs 69 (Suppl 2), 43–64.
  • Riemann, D., Voderholzer, U. 2003. Primary Insomnia: a risk factor to develop depression? J. Affect. Disorders 76 (1–3), 255–259.
  • Schutte-Rodin, S., Broch, L., Buysse, D., Dorsey, C., & Sateia, M. 2008. Clinical guideline for the evaluation and management of chronic insomnia in adults. Journal of clinical sleep medicine, 4(05), 487- 504.
  • Tsuno, N., Besset, A., Ritchie, K. 2005. Sleep and depression. J. Clin. Psychiat. 66 (10), 1254–1269.

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